Daniele Maggioni: 'Nel Mondo Grande e Terribile' lascia lo spettatore libero di cercare Gramsci

Il regista del film racconta il desiderio di tornare a conoscere il pensiero di Gramsci, senza etichette o stereotipi. L'intervista di Irene Gianeselli

Corrado Giannetti nel ruolo di Antonio Gramsci

Corrado Giannetti nel ruolo di Antonio Gramsci

Irene Gianeselli 2 marzo 2018

Conoscere Gramsci. Oggi in pochi lo leggono o anche solo lo sentono nominare. Un film come Nel mondo grande e terribile (diretto da Daniele Maggioni, Maria Grazia Perria e Laura Perini) offre un'occasione. Tornare ad ascoltare le parole di Gramsci. Senza etichette. Senza stereotipi. Senza spiegazioni esogene, senza banalizzazioni derivate.


L'errore grande del nostro tempo è quello di voler giustificare troppo spesso la cultura imbrattando il pensiero di nozionismo o, peggio, cercando di rendere leggero, godibile, utilizzabile quello sforzo intellettuale che invece non può e non deve essere in nessun modo costretto allo scacco della convenienza o della connivenza o, peggio anche in questo caso, della immediatezza.


Gramsci non lo si legge immediatamente. Le mediazioni sono necessarie, salvifiche. Nel mondo grande e terribile ci ricorda le mediazioni, il tempo del desiderio di conoscenza a cui non siamo più abituati, distratti dalla necessità di far quadrare i conti, di non essere di troppo, di essere accettati (di trovare un posticino, insomma, tutto per noi, un angolino che non intacchi lo status quo).


Non c'è niente di più antifascista della libertà di prendersi il proprio tempo per pensare. Non c'è niente di più antifascista del desiderio di conoscenza.


Daniele Maggioni, regista del film, racconta come è nato Nel mondo grande e terribile.


Come è nato Nel mondo grande e terribile?


Il film è nato dal desiderio di raccontare Gramsci e il suo pensiero dopo diversi anni dall’ultima sua rappresentazione. Ci interessava fare un film con una forte impronta sarda e un film che non fosse una sorta di agiografia o di biografia filmata, ma un film da cui emergesse da un lato il pensiero e dall’altro l’umanità del pensatore. Una scommessa tenere insieme queste due cose.


Nonostante la forte somiglianza tra l'attore e Antonio Gramsci, nel film non c'è ombra di naturalismo. Come avete costruito le scene e come avete pensato alla scenografia?


Abbiamo scelto una cifra stilistica astratta, volutamente non naturalistica come scelta per stabilire un rapporto attivo con lo spettatore basato su un principio di interazione. Allo spettatore non abbiamo chiesto di seguire una storia ma di attivarsi e costruire un percorso mentale personale complesso stimolato dalle immagini e dai salti logico/espressivi. Anche stilisticamente un percorso gramsciano. Scenograficamente abbiamo utilizzato un vero carcere, quello dismesso di Buoncammino di Cagliari ricostruendo la sua cella dentro a quella che abitualmente era l’aula di studio dei detenuti.


Si alternano un Gramsci-bambino ed un Gramsci-uomo, ma anche in questo caso non si limitano a raccontare, usano proprio i pensieri dell'intellettuale. Qual è stato il vostro lavoro sui documenti?


Gramsci bambino racconta i pensieri scritti da Gramsci adulto ma riferiti alla sua infanzia, provocando una sorta di cortocircuito nello spettatore che accettando questo modo di raccontare si distacca e si avvicina contemporaneamente a Nino (Gramsci bambino). Tutto il lavoro sul testo è stato un lavoro filologico. Ogni parola detta da Gramsci è stata tratta dai Quaderni o dalle Lettere. Allo stesso modo tutti gli altri personaggi parlano con frasi estratte da testi riferibili a loro. Il lavoro di sceneggiatura è durato un anno durante il quale si sono scelti i brani gramsciani e si sono trasformati alcuni scritti e scambi di lettere in dialogo.


Rispetto allo specifico Gramsci, qual era l'obiettivo di questo film?


L’obiettivo era di ridare la parola a Gramsci, senza fare un prodotto che assomigliasse a uno sceneggiato. Mostrare un Gramsci vivo, umano, con tutte le sue debolezze ma con la forza del suo pensiero.


A chi avete pensato di rivolgervi?


Non tanto a un pubblico specifico ma a persone vive, cercando di stabilire, come si diceva sopra, un rapporto attivo con loro. Trasmettere il pensiero di Gramsci ma anche lasciare intravvedere spazi di autonomia affinché queste persone possano trovare una propria relazione con il Gramsci uomo e con il suo pensiero. Un film che lascia anche i tempi della riflessione, del ripensamento e dell’immaginazione.