Il sole alto della storia

Sole alto, diretto dal croato Dalibor Matanic, vincitore a Cannes del Premio della Giuria mette in scena tre storie d’amore ambientate nel 1991, 2001 e 2011. [Piero Cinelli]

GdS 3 maggio 2016
La guerra non c’è e non si vede, anche se i luoghi, nonostante la bellezza della natura illuminata da un caldo sole estivo, sono intrisi del suo odore di morte. “Sole alto”, scritto e diretto dal croato Dalibor Matanic, vincitore a Cannes 2015 del Premio della Giuria di Un Certain Regard, mette in scena tre storie d’amore ambientate negli stessi luoghi attraverso tre decenni 1991, 2001 e 2011 che girano sul piano temporale intorno alla guerra dei Balcani, sfiorandola come una divinità familiare ancora non appagata. Tre coppie diverse interpretate dagli stessi splendidi attori (Goran Markovic e Tihana Lazovic) in un primo episodio ambientato alla vigilia della guerra, dove l’amore tra un giovane croato ed una giovane serba vedrà una tragica fine, un secondo ambientato nell’estate 2001, subito dopo la guerra, dove i rancori avranno la meglio nonostante una forte attrazione fisica tra una serba ed un croato ed infine, nel 2011, tra rave e sensi di colpa, un giovane studente croato torna al villaggio dove ha lasciato i genitori ed una donna (serba) madre del suo figlio. Un microcosmo abitato dagli stessi attori che si scambiano i ruoli restando sempre se stessi, in un paesaggio idilliaco e identico dove la calda luce del sole non riesce ad illuminare le ferite dell’anima ed il tempo sembra girare al rallentatore, incrostato dall’odio e dal risentimento.


Il titolo francese “Soleil de plomb” è sicuramente più pertinente di quello italiano, perché il sole del titolo che all’inizio sembra bagnare la natura e la sensualità di due giovani amanti diventa una prigione da cui non si riesce ad uscire. Che solo alla fine una porta lasciata aperta potrebbe far crollare.


La matrice storica, l’impianto a tre episodi ed il forte richiamo alla natura, rimanda ad un altro bellissimo film ambientato ‘intorno’ alla guerra dei Balcani, “Prima della pioggia” del macedone Milcho Manchevski, Leone d'Oro al Festival di Venezia 1994, dove il fatalismo di una eterna ripetizione della violenza poteva essere rotto soltanto spezzando la circolarità del tempo. Mentre per Matanic l’unica via di fuga può essere rappresentata dall’amore. Un film importante che forse arriva in ritardo sul piano storico, ma che fissa con straordinaria efficacia il senso di un’epoca che, come nel film, è destinata a ripetersi in eterno, magari sotto altri soli.