Gros Grain, il graffio sovversivo di un filo rosso

Un filo per sovvertire. Un documentario racconta un'esperienza dal basso, artistico-narrativa, che sta assumendo una valenza nazionale. [Antonio Cipriani]

Gros Grain, il graffio sovversivo di un filo rosso
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9 Dicembre 2015 - 23.28


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di Antonio Cipriani

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Il film si intitola Gros Grain. Così si chiama il tessuto del filo rosso che da quasi un anno solca il cielo di Perugia, taglia l’orizzonte, indica prospettive, stabilisce una relazione tra borgo e borgo, tra finestra e portone, colonna antica e palo della luce, tra passante e residente. Un segno visibile che suona sue melodie attraverso il vento, che oscilla forte e talvolta cade. Che mostra come il tempo che passa possa rendere immortale nella memoria un gesto di purezza assoluta di un gruppo di sovversivi.

Gros Grain è un film-documentario di Alberto Brizioli: racconta un’azione poetica, artistica di riappropriazione civile di spazi, di strumenti di lotta e di riscatto. Un graffio dal sapore barbaro sulla pelle del centro storico. Un anno di riprese, dalle prime fasi teoriche del progetto alla realizzazione di un prodotto artistico-editoriale che violasse le grigie consegne del conformismo applicato a un giornale di carta. Per poi arrivare all’allestimento dell’installazione “Riprendere il filo” del Collettivo Emergenze, basata su un’idea progettuale dell’artista maltese Kristina Borg; messa su, nodo su nodo, dalle mani congelate di artisti, poeti, studenti, maghi infreddoliti, cuori ruggenti e amanti del conversare urbano. Quattro chilometri di storia, di vicende epiche e casuali, di incontri nelle case, nei negozi dei barbieri, in vecchie librerie magiche, in mezzo a una vera bufera di vento e pioggia, alle discussioni, alle polemiche sul materiale e sulle scelte, dalla Porta San Pietro fino al Cassero di Porta Sant’Angelo. Quattro chilometri di un reportage urbano senza eguali, in due settimane di lavoro sul campo. Giornalismo da strada, senza sensazionalismi né scoop. Come piace a me, ad altezza uomo. Anche quando l’uomo sale su una scala per annodare un filo, o per vedere oltre.

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Gros Grain narra il tessuto di questa epopea. Fatto di esseri umani che casualmente si incontrano durante l’azione poetica e artistica. E legano il loro dubbio, la domanda, la circostanza misteriosa stretta nelle loro vite al filo che traccia, solca, unisce e spacca tutto. La telecamera riprende. La restituzione è furibonda, potente. Mette in questione il genio improvviso che ha animato questi sovversivi. Perché questa è la parola giusta per raccontare oggi l’impresa: sovversivi.

Sovversivo [der. del lat. subversus, part. pass. di subvertĕre sovvertire, volgere dal basso all’alto, sotto sopra]: che tende a sovvertire l’ordine costituito, che sovverte la tradizione, che tende a rivoluzionare e a sconvolgere uno stato di cose esistente. Dal basso all’alto, sub-vertere.

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Dal basso all’alto. Sovvertendo un ordine costituito e conformista che non vorrebbe mai qualcosa che metta in dubbio, che rappresenti la semplicità dell’azione artistica contro la complessità dei magheggi, dei salottini buoni, degli ammanicamenti che soffocano ogni spinta. Nell’arte come nel teatro, nella vita culturale di ogni centro, piccolo o grande. Con il fumo negli occhi dei grandi eventi figli del marketing, che succhiano risorse della collettività e impoveriscono ancora di più la scena culturale del Paese. Con la mediocrità dei finanziamenti a pioggia, senza alcun pensiero se non quello del politico di turno e dei suoi cortigiani, finalizzato elettoralmente.

I sovversivi del Collettivo Emergenze hanno invece dimostrato che con 500 euro di materiale e due settimane di fatica si può mettere su un dispositivo artistico del livello del filo rosso. Capace di aprire un dialogo con tutti, anche con quelli che detestano (per tanti motivi…) l’arte contemporanea perché si sono completamente abbandonati all’idea che l’arte e la bellezza siano determinate solamente dal valore del mercato. E hanno dimostrato altresì che si può produrre un giornale, che non è solo un giornale ma un oggetto artistico da collezionare, figlio di ispirazione, furia giovanile rivoluzionaria e tradizione (anch’essa di furia rivoluzionaria, citando Piergiorgio Maoloni).

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Il film documenta questo graffio sovversivo. Rosso, barbarico, senza limiti e senza paura. Qualcosa che vale per Perugia come per Torino, per Milano, per Forlì e per il mondo. Vale ovunque ci siano donne e uomini che vogliano sovvertire l’infelicità in cui ci stanno ingabbiando. Fatta di paure, di ingiustizie sociali inghiottite a forza, di guerra come basso continuo di un’epoca conformista e triste, furoreggiante degli eccessi dei vip e dei loro epigoni sciocconi, di una conoscenza a una dimensione sola, quella televisivo-mediatica, piatta che priva delle giuste prospettive, che disimpara il senso critico e invita all’accettazione arrabbiata di ogni cosa come fosse religiosamente indiscutibile.

Per completezza di informazione, il film non l’ho ancora visto. Cioè, ho visto mentre Brizioli lo girava, e ho apprezzato il trailer (in cui faccio me stesso ed esprimo il mio senso critico). Però del Collettivo Emergenze faccio parte sin dall’idea originaria, perché credo fermamente nelle azioni dal basso (sub-vertĕre) che abbiano la possibilità di essere sovversive. Azioni che non elemosinano niente, perché pretendono attenzione e cura. Da parte dei cittadini che imparano presto ad amare chi si batte con loro e per loro; da parte delle istituzioni che – forse lo dimentichiamo – gestiscono solamente i soldi nostri. Riprendere il filo interotto è l’unica strada. Altrimenti non ci resterebbe che piangere (infuriarsi, applaudire, chattare, retwittare), comodamente seduti davanti a pc o tv.

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