Le Nozze di Laura: il film che tende la mano ai ragazzi di seconda generazione

Stasera, lunedì 7 dicembre 2015 su Rai1, va in onda il nuovo film di Pupi Avati. Parla uno degli attori, Valentino Agunu, cresciuto tra Roma, la Nigeria e gli Usa.

Le Nozze di Laura: il film che tende la mano ai ragazzi di seconda generazione
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7 Dicembre 2015 - 11.32


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di Giacomo Zandonini

“Le Nozze di Laura” arriva a pochi giorni dalla polemica, costruita ad hoc, sull’ipotetica rimozione dei crocifissi dalle aule e sul “Natale laico” nella scuola di Rozzano, provincia di Milano. Valentino Agunu, protagonista maschile del nuovo film-tv di Pupi Avati – in prima serata lunedì 7 dicembre su Rai Uno – ne parla con un’indignazione spontanea e vivace. “E’ chiaro, e parlo da cristiano”, sottolinea, “che c’è stata una strumentalizzazione che mira a dividere, fomentando una guerra tra poveri, mentre gli alunni musulmani da anni partecipano alle feste di Natale senza alcun problema”. Per Agunu, 27enne nigeriano ma nato in Italia, il film di Avati – una storia d’amore con una dimensione spirituale ed evangelica – “si oppone a una certo di tipo di informazione scorretta, dando voce a chi non ne ha e raccontando, in modo semplice, come le differenze culturali e religiose siano una ricchezza per ogni società, e dunque anche per l’Italia”.

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A ridosso della conferenza stampa di presentazione del film, Redattore Sociale ha fatto una chiacchierata con il giovane attore e musicista, scoprendo una persona che ama l’Italia, “anche se, dopo 27 anni, devo ancora rinnovare il permesso di soggiorno ogni 12 mesi”. Romano di Trastevere, Agunu è cresciuto tra la capitale, la Nigeria dei genitori e gli Stati Uniti, dove vive oggi gran parte della famiglia. L’arte diventa passione e lavoro da quando, durante un breve rientro dei genitori in Nigeria, “nelle scuole del posto mi hanno messo in mano un flauto traverso”. Tornato in Italia, inizia a fare musica, auto-producendo brani house e hip hop, in cui testi dalla sensibilità sociale si alternano a rap e soul più leggeri e ballabili, cantati in italiano e inglese.

L’incontro con Pupi Avati arriva nella tarda primavera del 2015, quando “partecipo ad un casting tenuto personalmente da Pupi, e una settimana dopo il fratello Antonio, che è produttore del film, mi chiama per un secondo provino”. Da lì a poco iniziano le riprese, 5 settimane concentrate fra luglio e agosto, a Roma e nell’entroterra cosentino, in Calabria. La storia è quella di Laura, figlia di un proprietario terriero particolarmente insensibile, e del suo amore per Karimu, rifugiato del Ciad che raccoglie le arance nei terreni di famiglia. Incinta dopo un’avventura di una notte, Laura lascia gli studi a Roma per tornare dai genitori. Nessuno pare però accettarla, ad eccezione del giovane “strano” del paese, soprannominato Lui, e del bracciante che incontra nei campi. “Karimu – spiega Agunu – nel Ciad era un principe tribale, mentre in Italia non ha nulla, al contrario di Laura che avrebbe tutto, soldi e possibilità di studiare, ma senza un’umanità vera non ha futuro”.

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La loro relazione crea dunque un ponte fra due mondi, “in cui quello che conta sono i valori umani che Karimu, nella sua fede animista, essenziale e forte, fa riscoprire alla ragazza”. Interpretare il rifugiato ciadiano, per l’attore, “è stato naturale, perché in qualche modo ogni ragazzo di seconda generazione si trova in quelle scarpe: lui fa il bracciante, in condizioni dure, per pagarsi gli studi di medicina, deve dunque combattere per qualcosa in cui crede”. La perseveranza è forse il tratto del personaggio che Agunu apprezza di più. “La sua battaglia è anche la mia, lavoro da quando avevo 17 anni per pagarmi gli studi e continuo a farlo, cercando allo stesso tempo di costruirmi una carriera artistica”. Perseveranza che l’ha portato a studiare biotecnologie – “un po’ un piano B, se proprio il resto non funziona” – e a restare in Italia nonostante i genitori si siano trasferiti da tempo a New York, “perché, nonostante tutto, qui mi sento a casa e sono convinto che ci sia un patrimonio incredibile che va sfruttato, e che sta anche nella convivenza fra culture, che hanno fatto per esempio la ricchezza degli USA”.

Se “Le Nozze di Laura” segna l’esordio come attore, Agunu è già comparso sullo schermo in “18 Ius Soli”, documentario di Fred Kuwornu sulle seconde generazioni italiane, in cui, oltre a raccontare la propria esperienza, firmava il brano di chiusura “Sono nato qui”, riflessione in forma di rap sull’identità negata dei figli di migranti. Pregiudizi e razzismo non lo hanno fermato, anzi, racconta, “una volta un produttore a cui avevo mandato dei brani mi ha detto che in Italia non c’era spazio per cantanti neri… Gli ho risposto citando Rocky Roberts, alcuni dei più grandi successi degli anni ‘60 sono suoi, e soprattutto continuando a fare musica”. La cittadinanza, continua, “è un diritto, ed è anacronistico non darla a chi qui è nato o arrivato da piccolo”. Evidenzia con stupore una sottile incongruità burocratica: “ogni volta che rinnovo il permesso di soggiorno, c’è la casella ‘luogo e data di ingresso in Italia’, come se l’utero di mia madre fosse la frontiera da cui sono arrivato a Roma”. Tralasciando l’ironia, ad Agunu preoccupa anche che “chi nasce e cresce in un paese che non lo riconosce né accetta, considerandolo straniero a vita, rischia di sentirsi messo ai margini e finire per odiarlo, con conseguenze per tutta la collettività”.

Cinque lingue, una laurea e diverse nuove canzoni – “socialmente impegnate” – in arrivo, e ora anche un film nel curriculum, Valentino Agunu non si sente straniero, ma leggi, burocrazia e un “pregiudizio che è limitazione psicologica”, potrebbero spingerlo a partire. Tenerlo in Italia e – come suggerisce “Le Nozze di Laura” – accettare i tanti “Karimu” che portano sulle nostre tavole frutta e verdura, potrebbe essere un modo di dare cittadinanza a sogni e speranze che spesso abbiamo dimenticato.

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