Daniele Segre racconta Morituri: sono fiero della mia diversità

Intervista al regista Daniele Segre che ha presentato al Torino Film Festival il suo ultimo film: Morituri.

Daniele Segre racconta Morituri: sono fiero della mia diversità
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25 Novembre 2015 - 11.34


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di Davide Monastra

Daniele Segre ha presentato al Torino Film Festival il suo ultimo film, Morituri che completa una trilogia iniziata nel 2002 con Vecchie e proseguita nel 2004 con Mitraglia e il verme. “Morituri nasce dalla mia necessità di lavorare su di un testo e con gli attori: per me è stato un divertimento straordinario e sono soddisfatto del risultato” ha spiegato il regista. Il film racconta la storia di tre donne di mezza età – Nora, Aurora e Olimpia – s’incrociano in un cimitero: la zitella, la divorziata e la vedova, vivono quindi sospese tra la rassegnazione e l’attesa. Nel corso di una nottata di veglia organizzata nel cimitero, alla luce dei lumini votivi e della scritta al neon «Riposate in pace», le tre donne (Tiziana Catalano, Donatella Bartoli e Luigina Dagostino) saranno protagoniste di una fantasmagorica messa in scena delle rispettive e personalissime inquietudini. Un’opera decisamente spiazzante e originale, anche solo per la principale scelta registica, ovvero un’inquadratura fissa, cifra espressiva che accomuna la trilogia.

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La prima cosa che si nota In Morituri è che hai mescolato il linguaggio del cinema con quello del teatro.

Per me è normale. Il teatro mi appassiona e mi diverte più del cinema se devo dire la verità. Poi per motivi anche di ricerca stilistica, l’inquadratura unica è stata una scelta obbligata, che mi ha permesso di sperimentare e di evitare gli stereotipi di linguaggio della fiction. Se i film della trilogia fossero stati “tradizionali” sarebbero stati terribili, penosi e assolutamente inquietanti, dal mio punto di vista. Soprattutto mi avrebbe dato alcun tipo di prospettiva di felicità. Questo film è stato un esercizio bello ed educativo, anche se l’inquadratura unica è molto complicata, perché obbliga gli attori a fare un lavoro straordinario: è per loro fonte di grande stress. In questo caso le attrici sono state straordinarie: hanno corrisposto esattamente ai miei bisogni.

Come hai lavorato con le attrici?

Benissimo: Tiziana Catalano, Donatella Bartoli e Luigina Dagostino sono state meravigliose sotto tutti i punti di vista. Morituri è stato un bel lavoro. sono grato alla Torino Piemonte Film Commission perché, prima di andare sul set, ho potuto provare nella loro sede per un mese e mezzo, così abbiamo potuto girare il film in pochissimo tempo. Io non mi posso permettere di fare passi falsi e quindi la mia determinazione è stata fondamentale per la riuscita del film. Ho caricato le attrici prima delle riprese e sapevano a memoria cosa dovevano fare in scena: eravamo come una squadra che conosce perfettamente lo schema di gioco e scende in campo nella finale di Champions League con la sola intenzione di vincere.

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Essendo un’inquadratura unica, quanti piani sequenza hai girato?

Il primo atto è un unico piano sequenza che dura circa 24 minuti. La seconda parte invece è formata da nove piani sequenza che poi con gli effetti digitali sono stati unificati, per rendere omogenea l’inquadratura.

Anche per te non deve essere stata un’impresa semplice.

Racconto questo aneddoto diverte. La cinepresa è rimasta bloccata sul cavalletto per tutto il periodo delle riprese. E quindi ho dovuto dormire di notte al cimitero, cioè in San Pietro in Vincoli, questa ex chiesa che adesso è un piccolo spazio teatrale. Per motivi tecnici, fissata l’inquadratura non potevamo più spostare la telecamera e quindi qualcuno doveva dormire e… il prescelto sono stato io!

Morituri è un film di donne, in cui l’universo maschile è solo accennato dai dialoghi delle attrici: chi esce vincitore dall’eterna lotta tra i due sessi?

In realtà non ci ho pensato. Diciamo che nel gioco dei bussolotti, in Vecchie c’erano due donne, in Mitraglia e il verme due uomini e quindi per Morituri ho pensato a tre personaggi femminili: un modo mio per scombinare le carte. Poi è venuto fuori questo testo ma non era prestabilito. Mi sono divertito molto a scriverlo. Devo dire che però per Morituri ogni riferimento alla realtà del tempo presente è puramente casuale, ognuno lo interpreta come vuole.

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Hai affrontato un tema tabù: la morte

Per me non è un tabù. Ho già diretto Morire di lavoro quindi anche nel titolo avevo usato il verbo morire. La mia diversità mi appartiene e mi riconosco in essa, soprattutto se diversità significa non appartenere a una situazione di banalità. Cerco di fare bene il mio lavoro, consapevole delle difficoltà che posso incontrare anche rispetto a una scelta di ricerca, ma questo mi esalta non mi deprime. Ciò che mi interessa è aver realizzato un film che mi soddisfa. Spero possa piacere al pubblico.

Le tue sono scelte spesso controcorrente, questo però non ferma il tuo desiderio di sperimentare.

Le difficoltà sono un incentivo, uno stimolo ulteriore. Preferisco nel limite delle mie possibilità, portare avanti la mia ricerca che mi fa esistere intellettualmente. Sono soddisfatto di Morituri e ringrazio tutti quelli che ci hanno collaborato perché mi hanno permesso di esprimermi liberamente e questo per me è una necessità importante. Sicuramente con Morituri destabilizzerò molti perché tutti si aspettano che Segre faccia solo film di un certo tipo: io per fortuna cerco di trovare sempre una prospettiva nuova nella mia continua ricerca di sperimentazione. La mia diversità è riconosciuta, apprezzata, ma non valorizzata. Questa diversità fa parte di una scelta che mi appartiene e che non rinnego, ma devo fare i conti con questa solitudine. Rispetto ai modelli di riferimento di cultura dominante sono fuori mercato, ma io ne sono orgoglioso perché è come se mi suicidassi se dovessi omologarmi a un linguaggio sterile e impotente.

Dopo il passaggio al Torino Film Festival, che distribuzione avrà Morituri?

Se qualcuno qua si manifesta sarei contento di trovare un distributore. Mi apprezzano, mi stimano, mi danno premi, lauree ad honorem, ma i miei lavori non sono distribuiti. Cammelli (la sua società di produzione, ndr.), con grande difficoltà, tenterà di dare visibilità al film, ma sarà una distribuzione risibile. Nessun distributore si è fatto avanti ma non è una lamentela, perché nemmeno io mi sono dato da fare per nulla per cercarlo. L’unica certezza è che il 2 aprile 2016, Morituri debutterà a teatro.

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Progetti futuri?

Sto scrivendo un’altra cosa e non so come quando, dove finirò e se sarò in grado di realizzarlo.

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