Peter Greenaway critica Pasolini: la sua professione di socialismo era una posa

Il regista e artista britannico al Biografilm Festival: il cinema è morto o comunque sta morendo

Peter Greenaway

Peter Greenaway

GdS 16 giugno 2017

Dai grandi pittori fiamminghi e olandesi del Seicento al revisionismo storico, dalla politica all'evoluzione del cinema: il regista e artista britannico Peter Greenaway, a Bologna per ricevere il 'Celebration of lives award' al Biografilm Festival, spazia a tutto tondo senza risparmiare giudizi taglienti.
"Il cinema è morto, o comunque sta morendo", ha affermato il regista de 'Il cuoco, il ladro, sua moglie, l'amante', aggiungendo che "la sua fruizione è frammentata, si può tornare indietro e andare avanti a piacimento, lo si puo' guardare su uno smartphone, in dvd, in televisione, su tablet e soprattutto, quando guardiamo un film, siamo soli. Il tentativo di fare cinema testuale è destinato a fallire, il suo futuro è diverso: mi auguro che la rivoluzione digitale lo possa far nascere, per ora è allo stato embrionale".
Critiche anche per la produzione italiana, anche se non mancano le lodi a Rossellini e Fellini ("8 e mezzo è il più grande film di sempre, Fellini un maestro come Ejzenstejn"): "Come mai fra 'La dolce vita' e 'L'ultimo imperatore' e' scomparso tutto?", si è chiesto il maestro britannico, aggiungendo che il Pasolini regista era "sciatto nel montaggio e la sua professione di socialismo una sostanziale posa. Il credo di Rossellini era autentico, mentre in 'Accattone' si percepisce il distacco, così come ipocrita era il Visconti di 'Rocco e i suoi fratelli'".