Nunzia Antonino: il Teatro è un’arte fondata sull’incontro

L'attrice Nunzia Antonino e i suoi ultimi impegni, che la vedono come interprete e coautrice, intervistata da Irene Gianeselli

Nunzia Antonino

Nunzia Antonino

Irene Gianeselli 22 marzo 2018

L'attrice Nunzia Antonino ha studiato danza e teatro in Italia con stage di perfezionamento nelle scuole d’arte di Varsavia e Parigi: con Daniela Bönsch, Pierre Biland, Jean Claude Penchenat, Giancarlo Sammartano, Guido De Monticelli, Alvaro Piccardi, Giorgio Albertazzi, Francesca della Monica, Julie Stanzak, Emunsas Nekrosius. Dall’86 ha lavorato con Pagliai Gassman, Mario Scaccia, Adriana Innocenti, Giuseppe Sollazzo, Mariangela D’Abbraccio, Ferruccio Soleri, Adriana Asti, Giancarlo Sepe, Franco Però, Corrado Veneziano, Teresa Ludovico, Micha Van Hoecke, Michelangelo Campanale, Giuliana Musso, Cosimo Severo e Carlo Bruni. Ha recitato nei principali teatri italiani ed è stata protagonista di tournée internazionali (Europa, America del Sud, Giappone, Australia). Nel 2013 è stata coprotagonista del medio metraggio L’anima attesa di Edoardo Winspeare, dedicato a don Tonino Bello. In questa stagione (2017/18) è impegnata in Lenòr, uno spettacolo dedicato alla vita di Eleonora de Fonseca Pimentel, di cui è interprete e coautrice, L’ abito nuovo per la regia Michelangelo Campanale, Lorenzo Milani diretta da Cosimo Severo ed Else da La signorina Else di Arthur Schnizler per la regia Carlo Bruni in scena dal 23 al 25 marzo al Teatro Quarticciolo di Roma.


Come ha incontrato il teatro? Ci racconta il suo percorso?


È stata una maestra, alle elementari, che mi ha introdotto al teatro, comunicandomi la sua passione, e mi è stato subito chiaro quanto, da quella prospettiva, vestendo i panni di un personaggio, mi fosse più facile esprimere me stessa, sentirmi libera. Mi piace ricordare il suo nome: Giovanna Capurso, di Molfetta. Devo a lei l’iniziazione al teatro e alla poesia.


Da quel momento, ho colto tutte le occasioni che mi si presentavano per approfondire quel rapporto e in particolare ho a lungo studiato danza, guadagnando una consapevolezza del corpo che ancora oggi è alla base del mio essere attrice. A compimento del percorso formativo è poi arrivata l’Accademia di Palmi, in Calabria, in una contingenza per quell’istituzione fortunata, che mi ha permesso d’incontrare grandi maestri, offerto una borsa di studio e permesso di frequentare scuole di prestigio, come le Accademie di Parigi e di Varsavia.


Fortunata, già in chiusura del triennio, ho avuto subito l’opportunità di entrare in grandi compagnie. La prima, quella di Pagliai/Gassman, con cui ho viaggiato a lungo. Ho lavorato con Scaccia, Adriana Asti e poi artisti come Giancarlo Sepe, Ferruccio Soleri e tanti altri. Dopo lunghi anni romani, sono poi tornata in Puglia, grazie al felice incontro con il Kismet. Con Teresa Ludovico ho condiviso l’enorme successo di Bella e Bestia che mi ha portata, veramente, in tutto il mondo per sei anni e con Carlo Bruni, compagno di vita, ho approfondito il lavoro autorale oltre che scenico, collezionando una vera e propria galleria di ritratti femminili. Nella mia terra ho incontrato poi Michelangelo Campanale e Cosimo Severo, due registi che stimo e con cui collaboro da alcuni anni.


Qual è il filo rosso che unisce le donne che interpreta?


Le donne che interpreto sono accomunate da passione, sensibilità, coraggio e soprattutto da valori che condivido: da un grande senso di giustizia, così carente oggi.


Come affronta questi personaggi?


Intanto li studio. Ne approfondisco le biografie e quanto, intorno a loro, ne ha condizionato l’esistenza. E poi cerco una via concreta e non psicologica per avvicinarle: una via che si fonda sostanzialmente sulle azioni fisiche, dalle quali lascio che emerga anche la parola. Certamente è fondamentale il rapporto con la regia: con lo sguardo esterno.


Qual è stato il percorso di Else?


L’incontro con Else lo devo a Giuseppe Farese, germanista e uno dei traduttori più autorevoli di Schnitzler. In principio, anni fa, avevo preferito declinare il suo invito ad affrontare la novella. Nonostante l’offerta di una traduzione nuova, con Carlo, pensavo di non essere adatta, se non altro per la differenza di età, ad affrontare quel personaggio. Opinione cambiata di fronte all’insistito invito di un amico che, ormai tre anni fa, ci ha convinti e in qualche modo ispirati, dandoci l’opportunità di rinnovare la prospettiva e affrontare Else da un punto di vista inedito: quello di una donna adulta rimasta impigliata in quel dramma e dunque pronta a riviverlo: “re interpretarlo”.


Come ha affrontato Lenòr?


Lenòr nasce invece dalla lettura pubblica di un testo scritto da Enza Piccolo, ricomposto a sei mani e gradualmente passato dalla dimensione del recital (con le Faraualla), a quella del fortunato monologo che conta ormai più di duecento repliche al suo attivo e che sembra avere ancora molta strada davanti a se. Il mio rapporto con Eleonora è talmente intenso che, talvolta, mi è difficile distinguerne l’origine.


Cosa significa per lei essere una donna di teatro?


Il mondo in cui viviamo è affollato da contraddizioni profonde, non ultimo l’enorme divario che separa i ricchi, pochi, dai poveri, sempre più numerosi. Il teatro mi permette di esprimere il mio dissenso e il bisogno di bellezza, di cura, d’incontro, di giustizia. Senza il Teatro sarei una persona muta: non avrei proprio la parola. E dunque io, spero non appaia troppo enfatico, sono, esisto, nel Teatro, grazie al Teatro. E sono grata al mio intuito infantile e a quante e quanti mi hanno permesso di seguirlo (penso con particolare affetto e gratitudine ai miei genitori).


Come considera l'attuale situazione del teatro italiano?


Il Teatro è un’arte fondata sull’incontro e oggi è sempre più difficile incontrarsi. La distribuzione degli spettacoli è spesso subordinata a logiche estranee alla loro qualità e sono rarissime le occasioni in grado di contrastare un precariato cronico che rende assai complicato vivere di Teatro: ma non dissuaderei i giovani dal coltivare il proprio talento teatrale, chiarendo però l’impegno, la dedizione, la fatica necessari. Spesso, mancando un percorso formativo definito come quello dei musicisti, nel Teatro si percorrono scorciatoie con esiti deludenti. Non ci si può improvvisare attrici e attori e naturalmente ancor meno maestri. Così, sono critica verso il prolificare di laboratori che non si dichiarino esplicitamente ludici, illudendo chi vi si iscrive. A chiunque volesse intraprendere la carriera dell’attrice, direi di allenarsi prima di tutto a vedere: vedere, vedere e vedere teatro. E poi leggere, ascoltare la musica, seguire il cinema e alimentare la propria curiosità.


Quale nuova storia sta per affrontare?


Il mio impegno adesso è dedicato ad Elsa Schiaparelli: stilista coeva della più nota Chanel, artista e donna di straordinaria vitalità che sarà protagonista del mio prossimo ritratto femminile, al debutto in giugno, ad Asti Teatro.