Rosmersholm: i corpi politici ostinati del desiderio e della rivoluzione

Irene Gianeselli scrive di Rosmersholm, opera di Ibsen portata in scena da Massimo Castri e interpretata da Federica Fracassi e Luca Micheletti

Una scena dallo spettacolo

Una scena dallo spettacolo

Irene Gianeselli 9 febbraio 2018

di Irene Gianeselli 


I corpi di Federica Fracassi e Luca Micheletti sono corpi politici sulla scena terrosa e rischiosa dell'ibseniano "Rosmersholm" nella riduzione tagliente di Massimo Castri che spoglia delle voci morali il testo originale gettando sulla scena i due protagonisti.


Esseri gettati, piombati nel buio consistente del tempo e dell'amore, della rivoluzione e del desiderio da cui sono attratti e che cercano disperatamente di spartirsi, questo sono Rosmer e Rebekka: lei rosa furente (anche nell'abito di un rosso scuro, come il sangue rappreso) che palpita rifiutando l'abbruttimento e l'abbattimento e si oppone così al profumo dei fiori appassiti disseminati sul pavimento terroso, lui gelido e rancoroso, strisciante e borghese, stretto nella camicia e nella giacca, spossato dai suoi tic (come quello di far scattare la testa, turbato) eppure tenacemente barricato dietro la falsa coscienza che rincorre un'ideologia di innocenza nefasta e inconcludente.


Sono corpi politici quelli dei due attori in scena perché raccontano di una mutazione sociale e culturale che viene stroncata sul nascere: è Rebekka-donna, femmina a portare movimento, quel movimento tanto temuto dal maschio conservatore che è Rosmer. Rebekka è vento gelido che spazza i pilastri della società. Quando corre sfruttando il loggione della sala, quando si agita e lo chiama, genuinamente selvaggia sul tavolo posto in asse nella pianta centrale, quando lo incita alla libertà, quando lo incita allo scandalo, quando con lui si scambia le vesti e lo interpreta e per lui parla senza interferire con l'anima dell'altro (e c'è una rigorosa, imponente misura non priva di tensione nel volto sempre espressivo, vivo, generoso della Fracassi-attrice). È movimento anche quando decide di non muoversi più, di cedere. Ogni suo atto è una intima sfida contro il cimitero, è la ragione che incrina lo stereotipo della donna passiva. Non principessa da salvare, né principessa salvatrice: Rebekka West è una donna concreta che sa chiedersi se davvero quello che vogliamo è essere salvati. Se davvero quello che vogliamo è essere pagati con parole e maschere di potere e di gloria per avere le mani occupate dagli alibi degli altri, mentre i sensi muoiono con i desideri.


“Come si è attaccati ai morti” così è a Rosmersholm, così sembra essere anche nel mondo di oggi (e per cose morte si deve intendere questo apparato di false modestie e ipocrisie, di menzogne e false moralità a cui ci si aggrappa quando si commenta e si vive ogni cosa). Le luci di Fabrizio Ballini rendono bene il clima spettrale di ritorno, di risveglio, di limbo senza tregua in cui i due personaggi si muovono. Non livide ma sempre calde, nel rimpianto del corpo vivo e perduto, le luci penetrano la coltre di polvere che Rebekka solleva con l'abito e rischiarano i visi tirati dei due che non trovano pace e si ostinano a fare il conto dei perdoni desiderati e dei pensieri rinnegati. È piaga naturale il soprannaturale anche nelle musiche vibranti di Henry Cow, Jeff Greinke, Emmerich Kálmán, perché Rosmer e Rebekka vorrebbero partecipare alle nuove idee del mondo, ma finiscono per farsi vincere, forse addirittura distrarre, da una passione, da una forza esterna che come lo scalpitio del cavallo bianco diventa alibi per rinunciare anche al fallimento dell'utopia. In questo somigliano terribilmente ad Antonio e Cleopatra, quella coppia shakespeareana che nella sua tragicità sapeva assumere forme di beffarda ironia.


Mentre Rebekka agisce, Rosmer si osserva.


Rosmer cerca di celare le reazioni e le intenzioni, si inginocchia e si trascina al tabernacolo della defunta moglie, Beata di nome ma forse non di fatto se abbiamo il coraggio di mettere in discussione come Ibsen il senso che diamo al sacrificio e al peccato. Luca Micheletti disvela quanto la morale puritana infici la pulsione erotico-politica dell'erede degli alti dignitari della regione del sud della Norvegia che immaginiamo gelata e frastagliata, come il cuore contraddittorio del suo personaggio: il cognome, questo scomodo dominio dei padri sui figli, il peso della funzione dinastica del passaggio di potere, la necessità di mantenere lo status quo anche se questo modello di vita altro non è che un anacronistico opporsi alla legge del mondo, ecco la maledizione di Rosmer. E lo vediamo l'attore talentuoso che si trova scomodo in questo testo, un testo che è una sfida per quanto penetra e scandaglia gli anfratti dell'animo maschile senza alcuna pietà, come è giusto nel Teatro, lo vediamo l'attore mentre esplora nuove dimensioni della sua azione in scena: chi ha visto Micheletti nei suoi precedenti spettacoli non può fare a meno di notare (e apprezzare) quanto in questo spettacolo stia attraversando il limite cui si era affacciato con "Le variazioni Goldberg". Certo è troppo presto capire dove lo condurrà questo salto nel baratro, cosa troverà sulla sponda opposta, ma del resto Micheletti ha una sua cifra, la matematica potenzialmente conduce all'infinito e lui, questo, sembra proprio saperlo.


Di certo, e lo si vede bene in questo spettacolo, il salto che il giovane attore e regista fa assieme alla Fracassi, gli porta una asciuttezza nel dire che giova alla tenuta del testo e rende Ibsen nel suo vigore animalesco. "Rosmersholm" è l'ascolto reciproco tra due attori che insieme raggiungono la grazia e l'intensità che si vorrebbe vedere sempre a Teatro, quando ci si concede pochi battiti di sospensione e si vuole solo godere del qui e ora.


"Rosmersholm" ha debuttato il 23 gennaio e sarà in scena fino all'11 febbraio al Teatro Franco Parenti di Milano


 

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