La "Fedra" di Carlo Cerciello è una ventata d'aria fresca in tempi di siccità

Riproporre la tragedia di Seneca cozza ottimamente con le drammaturgie odierne che puntano al sentimentalismo e allo psicologismo didascalico.

Fedra Carlo Cerciello ©. Franca Certaro

Fedra Carlo Cerciello ©. Franca Certaro

Irene Gianeselli 29 luglio 2017

Non una preghiera, non un Dio possono placare il furor di Fedra, Ippolito e Teseo
nell'opera senecana.
Al di sopra della hybris per cui i tre protagonisti scelgono di agire assecondando la
propria pulsione (Fedra quella erotica, Ippolito quella d'orgoglio, Teseo quella del
potere inclemente) sono posti solo il coro e la nutrice della regina che è nel sistema
tragico la voce dello stoicismo e della retorica di Seneca che cercano di arginare e
placare il giovane Nerone, molto vicino di fatto al Teseo accentratore e feroce
mostrato dal filosofo.
Riproporre oggi la tragedia di Seneca è una scelta più che apprezzabile
nel guazzabuglio di drammaturgie che puntano al sentimentalismo e, peggio, allo
psicologismo didascalico al fine di accattivarsi il pubblico.
La regia di Carlo Cerciello fa riflettere sulla necessità di tornare ad un teatro così
viscerale e politico come è quello che conserva indissolubilmente la matrice grecoromana
e viene da domandarsi come mai, oggi, non siamo più capaci di scrivere e
dare corpo a personaggi così coraggiosamente invasivi, disturbanti come quelli
euripidei prima e poi senecani, che grondano passione e sangue.
Questa domanda, però, rischia di portarci in un discorso così semplice da essere
terribilmente complesso se liquidato in poche battute: torniamo allo spettacolo che è
andato in scena in occasione del Pompeii Theatrum Mundi il 22 e 23 luglio e alle
Terme di Baia il 27 e 28 luglio.
Sullo sfondo (la scenografia è di Roberto Crea) un bosco spoglio e secco che
preconizza il futuribile deserto che diventerà il regno di Teseo ora lontano dalla
reggia perché a caccia negli Inferi di una nuova sposa.
Fedra si muove nel peso dell'abito regale dal lungo strascico, strascico lungo quanto
la maledizione che è il suo ghenos.
Quando la donna (perché è di donne e uomini che Seneca scrive) sceglierà di
liberarsene comincerà il ripiegamento nel labirinto del furor e quell'abito (i costumi
orientaleggianti sono firmati da Alessandro Ciammarughi) rimarrà rigidamente in
piedi anche se svuotato del suo corpo, come un simulacro minaccioso del potere di
cui sarà vittima e allo stesso tempo di cui si servirà in un primo momento per
proteggersi dalla colpa, carnefice indiretta del figliastro Ippolito.
Si rivela decisamente efficace la scelta del regista di porre in contrappunto all'esordio
la monodia di Ippolito ed il prologo di Fedra spingendo l'intera tragedia in un ritmo
serrato: da un parte il giovane uomo consacrato a Diana che vuole per sé la libertà dei
boschi avendo in odio la vita squallida e simulatrice della corte, cacciatore solo di
belve feroci e non di donne come il padre e dall'altra la regina tradita e offesa che
vuole per sé l'amore del figliastro vedendo in lui l'ombra dell'uomo che ha amato e la
freschezza di una promessa che potrebbe lei stessa fare crescere.
Sulla scena si muovono interpreti consapevoli che porgono la storia con intensità: da
Imma Villa (una Fedra che si consuma con vigore davvero struggente) a Bruna Rossi
(la nutrice-retore che rende l'impasto della voce talmente profondo da avvicinarsi
all'eco metallico del koros imponendosi) e a Fausto Russo Alesi che felicemente
interpreta sia Ippolito che Teseo e pone bene l'accento sulla somiglianza tra padre e
figlio per mostrare i due diversi furori e fati.
Interessante anche la scelta di dare una vocalità lirica a tratti ottocentesca e più, quasi
da Madame Butterfly pucciniana in alcuni acuti, al coro che segue spesso anche un
andamento metrico latino vibrante muovendosi con rapidità e leggerezza nelle
coreografie di Dario la Ferla e facendosi guidare dalle musiche suggestive di Paolo
Coletta.
La tragedia senecana si conosce come un testo pensato più per essere letto che agito,
ma la traduzione fedele di Maurizio Bettini rende piena la forza della parola che si
gonfia e si abbatte sul pubblico, si scalda ed esplode attraversando i secoli con tutta la
propria seducente limpidezza.
Una limpidezza che non si può né piegare, né strumentalizzare nell'ansia
dell'attualizzazione, ma come Cerciello ben sa, si può attraversare per esserne
attraversati.