Alberto Sordi, l'artista che ha raccontato la storia degli italiani

Albertone era uno di loro, uno del popolo, che ha raccontato il Belpaese con arguzia, con maestria e anche con impietoso accanimento.

Alberto Sordi ne l'Americano a Roma

Alberto Sordi ne l'Americano a Roma

Giancarlo Governi 15 giugno 2017

Quante cose sono state dette su Alberto Sordi… tante, tantissime da persone autorevoli, da studiosi, da suoi colleghi di lavoro e da tante persone semplici. E le parole dette dalle persone semplici sono quelle che mi hanno colpito di più, perché ci hanno fatto capire che Alberto era uno di loro, uno del popolo, un italiano, un italiano vero che ha raccontato la nostra storia con arguzia, con maestria e anche con impietoso accanimento.
Io, prima di avere la fortuna di lavorare con Alberto e di diventare un “sordologo”, sono stato uno del popolo che lo ha amato, che lo ha seguito, che non si è mai perso un suo film. E quando Massimo Fichera il direttore della Seconda Rete (quella vera, quella delle origini) mi chiese di lavorare con lui, venticinque anni fa, confesso che mi sentii tremare le gambe e arrivai emozionato al nostro primo incontro. Ai lettori di Globalist voglio raccontare la storia di questo incontro e di questo straordinario programma che fu Storia di un italiano.
E’ la prima volta che lo vedo ‘dal vivo’. Di lui so quasi tutto, o almeno credo, e ho visto tutti i suoi film. Lo seguo dal tempo del “Compagnuccio della parrocchietta” e posso dire di essere cresciuto con i suoi personaggi, di essermi nutrito delle sue battute, di averlo usato come specchio della realtà in cui ho vissuto.
“Ma quanti film ha fatto?”, gli domando. Centocinquanta, centosessanta... in realtà ha perso il conto anche lui, nonostante la sua meticolosità e la sua ottima memoria. In certi anni, i primi del suo grande successo cinematografico, girò anche undici film in un anno. Tutti lo volevano, il pubblico correva a vederlo e lui era preso da una specie di febbre che gli imponeva di rappresentare tutti i personaggi che incontrava nella vita reale e che pullulavano in una Italia in rapida e allegra trasformazione. Passava da un set all’altro senza soluzione di continuità, ma sempre preparandosi con cura e senza ripetersi mai. “Se trenta anni fa mi fossi sposato, oggi avrei figli grandi e magari sarei anche nonno. Non l’ho fatto – dice – perché mi sono dedicato interamente a questo mestiere ed oggi mi ritrovo per figli e per nipoti questi centocinquanta film”.
Dopo alcune settimane di lavoro durante le quali abbiamo visionato tre film al giorno, anche se non abbiamo il coraggio di confessarcelo, non pensiamo più al programma di un’ora: la nostra mente è rivolta ad una lunga storia degli italiani dagli inizi del secolo fino ad oggi, a questo italiano che è sempre presente in ogni momento cruciale della nostra storia. C’è la prima guerra mondiale e lui è lì in trincea, suo malgrado; finisce la guerra, arriva il fascismo e lui si leva il frac dell’attore di variété e si mette la camicia nera; passa da una guerra all’altra, fra un armistizio ed una liberazione, giù giù fino al miracolo economico, all’arte di arrangiarsi, fino al volto da belva umana di Un borghese piccolo piccolo, tragica maschera dei nostri giorni. Una storia, insomma, che Sordi ha raccontato nei suoi trenta anni di cinema con scrupolo, con meticolosità, quasi con accanimento e di cui noi ritroviamo il filo nella sua sterminata opera cinematografica.
Da quella mattina di primavera, per due anni, quasi ogni giorno, ho visto Sordi e ho parlato di tutto: della Roma e della Lazio come del rapimento di Moro; del passato e del presente; di Mussolini e di Andreotti; di De Sica e di Wanda Osiris; di Fellini e di Totò. Ma soprattutto ha raccontato a me e a Tatiana Casini, la montatrice del programma che lavora con Sordi da sempre, la sua carriera, i suoi film, la sua vita, se stesso. Ho rivisto tutti i suoi film, quelli che mi avevano accompagnato dagli anni della mia adolescenza fino alla maturità, che mi avevano suggerito le battute e gli slogan del nostro linguaggio (“Ce l’hai una casa? Ma vattene a casa!”, “ Ammazza che fusto!” e mille altri), mi sono buttato sulla nastroteca della radio ed ho ritrovato tutti i suoi sketch radiofonici dal Signor Dice al Compagnuccio della parrocchietta, da  Mario Pio al Conte Claro. Questa storia d’Italia, che e poi la nostra storia, della generazione di mio padre, della mia e di quella dei miei figli (il fascismo, la guerra, la ricostruzione, il boom, la crisi) l’ho rivisitata insieme a lui.
Il personaggio Sordi caro a tutti gli italiani della mia generazione è diventato per me Alberto, un maestro che ha regalato la sua amicizia a me e alla mia famiglia che è durata tutta la vita. In questi anni di frequentazione ho capito che Sordi ci ha sempre rappresentati nei nostri aspetti negativi, nelle nostre debolezze ma anche in certe nostre qualità. Sordi in cinquanta anni di lavoro ha fatto con grande coerenza l’italiano... a tempo pieno. Insomma, Alberto Sordi siamo noi!