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CINEMA

La Guerra dei Cafoni: un piccolo gioiello inatteso del cinema italiano

La storia è quella di una lotta di classe tutta combattuta ogni estate da adolescenti normalmente preda di entusiasmi, passioni, odio irrefrenabile

IVO MEJ
giovedì 20 aprile 2017 11:08

di Ivo Mej

Spuntano, a volte in Italia, inattesi piccoli gioielli che con la loro luce irradiano un panorama cinematografico non sempre esaltante. E' il caso de La Guerra dei Cafoni, un delizioso piccolo film che lo stesso François Truffaut oggi invidierebbe ai suoi autori, Davide Barletti e Lorenzo Conte.

Torrematta è il non-luogo pugliese dove si svolge la storia (la splendida zona di Torre Guaceto). Un territorio marino di proprietà dei 'Signori' dove vivono o, meglio, sopravvivono anche i 'Cafoni'. La storia è quella di una lotta di classe tutta combattuta ogni estate da adolescenti normalmente preda di entusiasmi, passioni, odio irrefrenabile. Una patente metafora della disparità sociale che si svolge in un periodo indefinito degli anni '70, punteggiati da jeans a zampa d'elefante e cubo di Rubik (vide la luce nel 1974). Una vicenda surreale e tuttavia concretissima che mette insieme neorealismo, nouvelle vague, Pasolini, insieme a Ciprì e Maresco ma con un tocco così lievemente dolce che sospettiamo promani soprattutto dalla penna di Barbara Alberti, cosceneggiatrice del film.

A capo degli eserciti in lotta, due straordinari esordienti, Pasquale Patruno (Francisco Marinho/Maligno il Signore dei Signori) e Donato Paterno (Scaleno, sgangherato capo dei Cafoni). Naturalmente, i Cafoni parlano in strettissimo dialetto, mentre i Signori, un italiano appena inflesso nel pugliese. La guerra tra caste verrà decisa solo dall'arrivo di un 'cugginu' meccanico, non più pescatore, non più contadino, ma espressione della nuova media classe sociale emergente che tanto impensieriva proprio Pasolini. Nei 97 minuti di film i due registi quarantenni mettono poesia e mestiere, accompagnando dei ragazzi non attori a prestazioni eccezionali. Risultato ottenuto grazie alla pazienza di un casting accuratissimo e amorevole che ci offre personaggi divertenti ma mai messi alla berlina. Un modo di fare cinema che piacerebbe a Truffaut, l'ho già scritto, ma anche a De Sica, a Monicelli, a Comencini. La Guerra dei Cafoni ci ricorda inoltre che gli anni '70 in Italia erano soprattutto ancora campagna e poveri e fatica di vivere, non solamente città in espansione vertiginosa. Merito naturalmente del libro omonimo di Carlo D'Amicis, ma anche di chi il libro lo ha scoperto e cioè l'Editore Minimum Fax. Ha creduto talmente tanto a questa storia da farsi persino produttore della 'pellicola'.

Sconcertante invece il fatto che un prodotto così originale e di qualità abbia dovuto attendere sei mesi per avere una distribuzione: è stato terminato ufficialmente ad ottobre dello scorso anno.

Battuta fulminante del film, quella sull'orgoglio, che i Cafoni, in quanto tali, non sanno neanche definire: nel tentativo di spiegare ai suoi cos'è, Scaleno si gonfia e soffia, soffia forte e gonfia il petto, mentre fa ampi gesti con le braccia e il piccolo Tonino gli chiede: "ma tieni l'asma?"

La Guerra dei Cafoni sarà nei cinema da giovedì 27 aprile. Un consiglio: non perdetelo!